STORIA DELL'ORATORIO SAN LUIGI
( tratta dal libro di D. Sparpaglione, Il beato Luigi Orione, edizioni san Paolo)
Par di sentire la storia di don Bosco.
Durante l'ora di catechismo a S. Michele il viceparroco s'impazientì con un ragazzo, Mario Ivaldi, che, oltre a non aver studiato la lezione, disturbava i suoi compagni e lo cacciò via con una scoppola d'accompagnamento. Provvidenza volle che il chierico Orione lo incontrasse nella sacrestia del duomo, ancora tutto piagnucoloso. E lo interrogò:
«Perché piangi?».
Una scrollatina di spalle.
«Dì su, che cosa hai?».
«Non ci vado più alla dottrina».
«E perché?».
«Perché mi picchiano».
«No, che non ti picchiano se stai bravo».
«No, non ci vado più».
«Ebbene, senti, vieni con me».
Il ragazzo continuava a scrollare le spalle.
«Se vieni con me, ti faccio un bel regalo. - E trasse una medaglia nuova fiammante. - La vedi? È tua. Adesso vieni con me e te la farò io un po' di dottrina. Va bene?». Il ragazzo guardò in faccia il chierico dal sorriso così luminoso, così buono e prese la medaglia. La conquista era fatta. Il chierico pensò bene di ribadirla con una carruba e un fico secco ricuperati dalla profondità di una tasca inesauribile e offerti regalmente al neofita in sovrabbondanza di doni.
Andarono alla stanzetta sul voltone del duomo: il ragazzo tirò fuori il suo catechismo sgualcito, coi fogli che facevano resistenza ai margini ricurvi, cercò la pagina e la presentò al chierico il quale mise nella spiegazione tutto il suo zelo, tutta la sua attrattiva, tutto il suo entusiasmo.
Anche da don Bosco aveva fatto il catechista, ma tra i suoi compagni più piccoli per delega dei superiori. Questo ragazzo invece gliel'aveva mandato direttamente la Provvidenza. Era il blocco di marmo grezzo da lui stesso estratto dal monte, portato su nello studio e sbozzato per cavarne una bella statua. Era il primo manipolo di una messe abbondante che biondeggiava nel campo dell'apostolato in cui entrava sereno e fiducioso.
Quando il ragazzo, dopo aver seguito con interesse la spiegazione, che gli apriva il segreto di tante parole incomprensibili, diede prova della sua soddisfazione, il chierico il quale sapeva essere prudente e discreto capì giunto il momento di troncare e lo invitò a venire il giorno dopo alla stessa ora perché aveva tante altre belle cose da raccontargli. E soggiunse:
«Vedrai che getteremo un buon seme per te e per me».
Le difficoltà non sarebbero mancate, ma le avrebbe vinte con la grazia del Signore.
Attese con qualche trepidazione che il ragazzetto tornasse all'appuntamento, ma se quello si fosse astenuto dal venire egli lo sarebbe andato a scovare magari nei prati di Scrivia o per le vie della città o sui greppi selvaggi del Castello. Il ragazzo tornò lietissimo e il chierico lo accolse come un amico, proseguì la scuola, tracciò addirittura un programma di massima e uno più specificato nel quale insieme con l'istruzione catechistica e la preghiera entrava il divertimento. Ma l'amico non doveva rimanere solo; bisognava che anche lui lavorasse un poco a cercare dei compagni. Egli metteva tutto a disposizione: la sua stanzetta, i poveri arredi, i pochi libri; e per i ragazzi che dovevano venire avrebbe procurato anche degli attrezzi di ginnastica, poi l'altalena.
L'entusiasmo del ragazzo era al colmo. Lo stesso giorno tornando a casa ne parlò a papà e mamma che forse per la prima volta sentirono nominare Luigi Orione.
E vennero subito altri ragazzi come passerotti attratti a una mensa di briciole. Quella stanzuccia diventò il ritrovo dei monelli di Tortona. Prima uno, poi tre, poi cinque, dieci, cinquanta. Là dentro si faceva un po' di tutto. Prima il catechismo, inframmezzato di racconti e di favolette morali, poi il divertimento: ai cantoni, a rimpiattino, a «dàrsela». Un bel giorno comparve la tanto attesa altalena. Ma era rudimentale, fatta con una tavola messa in bilico sul cavalletto. Il saccone di paglia sgombrato dai pezzi di legno fu trovato ottimo per le capriole e il salto mortale. Di tanto in tanto un piccolo disastro con leggero panico: vetri infranti, colpi tremendi di tavole sbattute, polvere che si levava tutto intorno. Orione cercava di tenerli a posto, e tracciava un primo abbozzo del regolamento con il quale a poco a poco li disciplinava. Per premiarli della loro assiduità si procurava castagne, fichi secchi, carrube e ne faceva un'equa distribuzione. S'era provvisto di un padellino e, acceso il fuoco, vi arrostiva di tanto in tanto un uovo per sostenere i più bisognosi. Spesso riduceva il proprio vitto al solo pane e serbava il formaggio per i suoi ragazzi. Per essi spendeva una parte delle ventidue lire che gli venivano corrisposte mensilmente. Li regalava di pie immagini, di medaglie, di libretti di pietà che acquistava con i pochi soldi avanzati.
Qualche volta pregava i suoi compagni di seminario perché mettessero quel poco che potevano a disposizione. Uno gli regalò una lucerna, un altro alcuni libri di scuola, perché tra i ragazzi c'erano anche degli studenti del ginnasio e delle tecniche. La fama del chierico Orione si andava dilatando in città e specialmente le mamme gli mostravano riconoscenza perché si occupava dei loro ragazzi e li sottraeva ai pericoli della strada e delle brutte compagnie.
Ma c'era qualche inconveniente. I ragazzi dell'oratorio, cresciuti a parecchie decine, avevano ormai preso possesso della stanzetta di Orione e vi entravano a piacere, salivano, scendevano, correvano per le soffitte come tanti gatti, anche quando lui non c'era, sotto gli occhi di una vecchia statua di S. Sisto, la quale lasciava fare. La sacrestia del duomo dove i venerandi canonici si paravano per la santa messa e per l'ufficio diventava un ritrovo: «Signor canonico, dov'è Orione?». «Noi dobbiamo andare su da Orione». «È arrivato Orione?». I poveri canonici cominciavano a confondersi e a impensierirsi. Anche in città quel chierico che passava sempre in mezzo a dei ragazzi vocianti e rumorosi, come un piccolo sovrano con il suo seguito, destava dell'attenzione. Circolò la voce su pretese stramberie e le cose che si ripetevano di lui andarono acquistando frange fantastiche. Nelle più benevole ipotesi veniva giudicato un fanatico destinato al fallimento. Si facevano i nomi di Voghera e di Alessandria, fornite di manicomio, come soggiorni dei più indicati per la sua cura.
Mentre attorno si parlava sul suo conto, il chierico Orione continuava a sacrificarsi per l'oratorio. Il suo lauto stipendio fu ridotto a lire dodici: inaridito il cespite di guadagno, si essiccherà la fiala erba e finirà la gazzarra. Chi era venuto nelle determinazioni di soffocare l'iniziativa del buon chierico con quel mezzo, non conosceva ancora di che tempra fosse il suo carattere.
Senza offendersi, senza irritare, docile umile ubbidiente come prima, egli accettò le disposizioni ma non si perdette d'animo. Avrebbe chiuso senz'altro i battenti della stanzetta e della soffitta del duomo, avrebbe trasferi to altrove l'oratorio. Ma smettere, no, senza un divieto tassativo. Certo Luigi Orione ripensava all'agreste immagine dei cavoli che trapiantati crescono più sodi e robusti, usata dal Cottolengo in circostanze analoghe e si confortava. Per non rammaricarsi destinò metà del suo ridotto onorario a un ragazzo povero che frequentava la prima classe ginnasiale nel seminario di Stazzano, aperto allora da monsignor Bandi e condusse i suoi giovani nella piazzetta del Crocifisso in attesa di una sistemazione migliore. Raccomandò di pregare ed essi che intuirono forse il segreto tormento e la cocente brama del loro fratello maggiore, divennero più buoni, pregarono con migliore accento, gli si strinsero attorno con più affetto di prima.
Un fatto insignificante in apparenza lo commuove. Una mattina, mentre sta per entrare in sacrestia, una voce di donna lo chiama. Egli pensa trattarsi di una penitente che vuole il confessore, ma la donna vuole proprio lui, il chierico, e quando questi s'è avvicinato gli porge alcune monete, otto soldi per essere esatti, accompagnando l'offerta con queste parole: «Per i vostri ragazzi dell'oratorio».
Luigi Orione ha un moto di sorpresa e di gioia. Quei pochi soldi per lui hanno un valore simbolico straordinario. Sono i primi che gli capitano fra le mani come spontanea offerta di una donna sconosciuta. Sono la Provvidenza in atto che gli si fa sentire e gli dice: Continua.
I ragazzi aumentavano sempre di numero e nella piccola piazza tra la chiesa di S. Maria Canale e quella del Crocifisso, ci stavano a mala pena. Egli era costretto a portarseli su per le rampe del castello inscenando eroiche partite ai ladri e ai carabinieri o barra rotta. A un certo punto con un suo grido tonante o scuotendo un campanello da sacrestia li raccoglieva attorno a se, li faceva sedere sull'erba di fianco ai vecchi ruderi e rievocava episodi di eroismo.
L’incontro con il primo giovanetto dell'oratorio era avvenuto durante la Settimana santa de1892. Il particolare cronologico nello spirito di Luigi Orione aveva il suo significato da mettere in relazione con altre date successive.
Sua eccellenza monsignor Bandi, informato dei progressi dell'oratorio, e convinto che poteva essere di grande aiuto per la città e per la diocesi se fosse stato preso a modello da ogni parrocchia, mandò a chiamare il chierico Orione e gli comunicò che aveva deciso di mettere il giardino dell'episcopio a disposizione dell'oratorio. Desiderava si tenesse la solenne inaugurazione la domenica seguente 3 luglio.
Era la vittoria che lo ripagava di tante amarezze, il segno della benedizione di Dio.
In una lettera scritta dall'America tanti anni dopo don Orione rievocava quella giornata trionfale:
« Oggi è il 3 luglio! Che bella data! Grande data quest'oggi per me, o miei cari! Quanti anni sono passati da quel tre luglio, ma il ricordo mi sta ancor vivo dinanzi, come fosse ieri.
Ero chierico e custode al Duomo: vescovo di Tortona era monsignor Bandi, ancora al principio del suo episcopato. I ragazzi e giovanetti che mi si serravano attorno erano tanti, alcune centinaia: ce n'erano delle elementari, delle tecniche, del ginnasio e un bel gruppo che già lavorava. Non si potevano più tenere: non capivano più nella cameretta, là in alto, sul voltone del Duomo, l'ultima. Non si potevano tenere in cattedrale, perché correvano su e giù, da tutte le parti; non nella chiesa del Crocifisso e sulla piazzetta, che non ci stavano più. E c'era chi borbottava, chi faceva della critica, chi rideva e derideva e chi dava del pazzo.
C'erano però dei Canonici degnissimi, specie monsignor Novelli, monsignor Campi! Don Daffra, poi vescovo di Ventimiglia: c'era soprattutto il Vescovo, il quale era molto contento che si raccogliessero quei ragazzi e si facesse un Oratorio festivo a Tortona. E diede il suo stesso giardino e parecchie stanze del Palazzo Vescovile, a pian terreno, dove ora sono le cucine economiche. Fu il primo Oratorio che si aprisse in Diocesi, e fu nella casa dello stesso Vescovo. La inaugurazione si fece il tre luglio, e fu solenne, presente sua Eccellenza Monsignor Bandi, monsignor Daffra, vescovo eletto di Ventimiglia, e l'abate Doria, monsignor Novelli, il Teologo don Testone. Una parte dei seminaristi cantarono: "O Luigi, o vago giglio" diretti dal Maestro Giuseppe Perosi, il quale sedeva all'armonium, padre e maestro del celebre Renzo. C'era molta gente, moltissimi ragazzi. L'inaugurazione si fece nel giardino stesso dell'Episcopio; qualche domenica dopo, tutto era ridotto a cortile. Ricordo che Canegallo Federico lesse un ringraziamento in francese; faceva le tecniche. Io pure ho letto una specie di discorso: Anime! Anime! C'era anche Marziano Perosi, l'attuale Maestro di cappella del duomo di Milano. Egli distribuì una quantità di immagini del Sacro Cuore che suo fratello Renzo aveva portato da Vigevano, dove era stato, parmi, al collaudo dell'organo delle Sacramentine. Monsignor Vescovo fece un bel discorso; si sentiva che le parole gli uscivano dal cuore. L'oratorio si chiamò "Oratorio festivo S. Luigi". Si adattò una cappella, un altare con quel quadro di S. Luigi che ancora si conserva presso noi. Poi si aggiunse anche quella statuetta della Madonna Immacolata, che pure è presso di noi. All'apertura del primo Oratorio festivo, monsignor Giovanni Novelli, nominato dal vescovo Direttore (io ero un povero chierico), pubblicò un foglietto invito edito dalla Tipografia Salvatore Rossi.
La Piccola Opera della Divina Provvidenza nata da quel primo Oratorio festivo, e la primizia dei ragazzi, già era stata offerta e, direi, consacrata al Signore ai piedi del Crocifisso che ora sta al Santuario, durante la settimana precedente ».
Nel giardino del vescovo i giovani dell'oratorio si raccoglievano, si divertivano, pregavano, venivano istruiti. Là faceva la sua apparizione l'attesissimo sacchetto di castagne bollite o arrostite, sulle spalle del chierico Orione seguito da membri della famiglia Perosi che erano divenuti i suoi aiutanti in prima nell'assistenza e nell'istruzione dei ragazzi.
Poco per volta si corredò di attrezzi e di giochi: la sbarra, l'altalena, il passo volante. Non c'era bisogno che i ragazzi chiedessero. Orione li preveniva.
Secondo il criterio educativo appreso da don Bosco, per cui il mezzo non deve convertirsi in fine, il chierico Orione non lesinava sui divertimenti sani e moderati ma attraverso di essi mirava alle cose dello spirito: oratorio. quindi non ricreatorio.
Organizzava gite anche lunghissime che avevano per meta quasi sempre un santuario della Madonna, una chiesa celebre, un'opera di carità da compiere o almeno da osservare.
Lo spirito contemplativo di Luigi Orione trova nella preghiera e nella meditazione il segreto delle sue conquiste. L'oratorio non è che una tappa, la prima, del lungo cammino che egli dovrà percorrere.
Ad un solo anno di distanza dall'inizio, l'oratorio fu fatto chiudere per ordine sofferto ma perentorio del vescovo. Egli amava come sua questa santa iniziativa del chierico. Ma il malumore di certe pie persone zelanti che lamentavano la confusione e le intemperanze dei ragazzi insieme alle critiche di notabili anticlericali della città che mal sopportavano il successo di quel chierico tutto Chiesa e Papa, costrinsero il vescovo alla dolorosa decisione.
« Non potete immaginare il mio dolore - raccontò in seguito don Orione. Là nell'oratorio, stava una modesta cappella con una statua di Maria Santissima. Presi la chiave, con cui avevo chiuso la porta dell'oratorio, e la legai al braccio della Madonna in modo che le ricadesse sopra la mano: con questo volevo significare che tutta la mia fiducia era in lei: ci pensasse lei. E con la morte nel cuore, andai su, nella mia cameretta sui voltoni del duomo. Feci questo grande sogno che non dimenticherò mai più. Vidi... la Madonna Santissima che stringeva col suo braccio destro Gesù Bambino. Le scendeva dalle spalle un manto azzurro. Proteggeva l'oratorio e mi guardava con molta consolazione e amore. Ed ecco il bel manto cominciò ad allargarsi... già non si distinguevano più i confini. Ed ecco apparire chiare, sotto il manto, tante teste, tutte di ragazzi di diverso colore. E si moltiplicavano, fino a sembrare un formicolare: ragazzi, chierici, sacerdoti, suore... La Madonna si rivolse a me indicandomeli ».
Questo sogno confortò il giovane chierico. Non lo dimenticò più. Era più di un sogno, era una visione. Lo raccontò innumerevoli volte come un simbolo di vita ad ogni nuovo passo e sviluppo e della sua Piccola Opera.